Morte

KK1
La morte afferra una donna, Käthe Kollwitz, 1934

La morte afferra una donna. La rapisce in un gesto intimo, come se ne traesse piacere, con tanta violenza quanta dolcezza, le sue braccia strettamente chiuse sul petto e la faccia inchinata sul collo, sussurrandole all’orecchio il terribile annuncio o divorandola già. Viene da dietro come un marito e padre che si avvicinerebbe a completare il ritratto famigliare o a proteggere madre e figlio, ma si rivela il contrario di quello che aspettavano e di cui avevano tanto bisogno: il pericolo, la morte stessa, la separazione imminente. La madre fa rapidamente tacere il bambino spaventato in un ultimo tentativo per salvarlo e sacrificarsi o nell’orrore di sentirlo soffrire, il dolore suo essendo più doloroso del proprio. I visi si riducono a buchi (buchi degli occhi o della bocca, ridotti, neri, come un grido silenzioso, al-di-là del grido, già il nulla che si apre) e si cancellano (quello della morte nel collo della madre, quello della madre nell’ombra della morte e quello del figlio sotto la mano nervosa della madre). Ugualmente i corpi si mescolano per diventare una sola e stessa assenza di corpo.

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Questa litografia fa parte dell’ultimo ciclo di incisioni di Käthe Kollwizt, intitolato Morte. In una la madre disperata non resiste, basta che la morte le tenda la mano in un gesto di aiuto o d’invito. In un’altra accoglie sulle sue ginocchia aguzze una ragazza stanca. A volte afferra i bambini senza madre per proteggerli e alla fine tocca la spalla dell’artista stessa per dirle che è tempo di partire. Sposa di un medico in un quartiere popolare, testimone della miseria dell’industrializzazione, delle due guerre mondiali e del primo dopoguerra, Käthe Kollwitz vede ogni giorno la sofferenza e l’ingiustizia. Perde lei stessa un figlio nella prima guerra e un nipote nella seconda. Il suo lavoro ne diventa sempre più politico, passando dalla compassione alla rivolta. Fu bandito dal regime nazista. Oggi Kollwitz è un simbolo della città che ha dipinto nei suoi più bui aspetti: Berlino. Est e ovest si ritrovano e riuniscono nelle sue incisioni di una sfortuna comune e addirittura universale. Benché lottasse contro la carestia e la povertà in casi particolari, voleva rivolgersi a tutti e rappresentare universalmente la miseria e lo sgomento. Si nota nella mutazione della sua tecnica: all’inizio l’immagine sottile e minuta fa vedere il contesto, poi si limita ai personaggi su uno sfondo nero o bianco e infine ai loro tratti più essenziali: gesto, espressione, raggiungendo un effetto sempre più efficace. Per la sua storia personale o perché erano i più deboli, Kollwitz rappresenta spesso la coppia madre e figlio, al punto di scolpire alla fine della sua vita una torre delle madri, in cui una marea di donne si raggruppa in una sola e alta onda per difendere i bambini che tengono in braccia, nascondono sotto le gonne o nutriscono nella pancia.

KK-Death
Morte, Käthe Kollwitz, 1893-1897
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4 pensieri su “Morte

  1. Non lo sapevo che tu avevi un blog italiano. Conoscevo Kollwitz. Non posso dire si mi piace questo lavoro, tanto è diretto e soffocante. Siamo al limite del opera d’arte. L’influenza di Goya e molto presente, in particolare nel sentimento di vertigine e (nel primo disegno), di sensualita morbosa, di rivolta ma anche d’abbandono davanti il potere assoluto.

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    1. Grazie per la tua visita! Questo blog serve sia a presentare le opere che mi piacciono che a esercitare l’italiano. È molto diverso dall’altro e da quando sono in Italia lo dimentico un po’. È appunto l’ambivalenza della morte che mi interessa in questa opera, attrae e spaventa allo stesso momento, si vede la pulsione di morte in quanto pulsione, cioè desiderio irresistibile.

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