Ossario

GFF

Per la sua opera Boneyard (in italiano ossario), Geoffrey Farmer ha ritagliato una per una tutte le immagini di Maestri della scultura, un libro dedicato alla storia della scultura dall’inizio della nostra era agli anni sessanta. Le figure stanno verticalmente su una base circolare grazie a una sottile armatura di legno sostenuta da punti di colla, riprendendo la loro posizione originale e, almeno così sembra, la loro tridimensionalità. Compongono un mondo minuscolo, mutevole e molteplice, barocco nella sua diversità e nelle sue forme, un teatro senza teatro, poiché nessun dramma si svolge sul palcoscenico. Però il movimento dello spettatore intorno alla base crea l’azione: alcune figure si scoprono, altre spariscono, cambiano aspetto in base alla luce, alla prospettiva o alla contrapposizione con altre figure, si raggruppano o si diradano, generando continuamente nuovi significati e sentimenti.

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La disposizione delle figure non obbedisce al caso né lascia spazio al caos. È il frutto di una lunga riflessione e di innumerevoli prove che porta poco a poco alla nascita di un’armonia tra totalità e dettaglio non riducibile a un’idea o una teoria, che si sente, si sperimenta più che si capisce, come quella di un’orchestra silenziosa, le mani dei musicisti sospese sopra gli strumenti muti che comunque cantano. Questo teatro insieme immenso e minuscolo rappresenta sia l’individuo che la collettività, mostrandoci come funziona l’immaginazione di ognuno di noi e di cosa sia composto l’immaginario dal quale ereditiamo. Sviluppa una lezione di storia concreta e drammatizzata, dà vita e anima alla ricerca intellettuale e artistica, fa vedere gli strati della memoria, la sedimentazione della cultura, però la sua composizione è anche altamente soggettiva, intuitiva, capricciosa, esprime il sogno del suo creatore, segue le sue associazioni personali.

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L’artista diventa collezionista, prende il ruolo del conservatore di museo, del mecenate privato o dell’impresario in galleria e sceglie come oggetto di predilezione la fotografia, perché permette di avere tutto – tutto a portata di mano e alla misura della mano. Infatti la sua caratteristica consiste nel cancellare la scala originale dell’opera, nel mettere sullo stesso piano per esempio un tempio greco e un miniatura medievale. Di solito non si nota perché il contesto ci permette di ristabilire mentalmente la scala d’origine: il tempio sorge in un paesaggio e la miniatura si stacca di una pagina; però nel mondo creato da Farmer questo contesto è stato tagliato e tutte le opere si incontrano nello stesso ambiente con scale diverse che non corrispondono alla loro misura originale, né in assoluto, né relativamente alle altre figure. Le fotografie ridiventano gli oggetti di cui erano le immagini, ma il passaggio tramite la fotografia li ha rimpiccioliti e mescolati a tutti gli altri oggetti, rovesciando le gerarchie, cancellando le separazioni, affinché si apra un mondo nuovo nel vecchio, un mondo forse surrealista, certamente surreale.

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