Malinconia

Dall’Antichità al Rinascimento, la malinconia era identificata a uno squilibrio dei quattro umori che componevano il corpo umano secondo la medicina ippocratica: quando quello nero sovrastava agli altri, scatenava una profonda e paralizzante tristezza. Con l’avvenimento dei tempi moderni, designò solo un sentimento che esprimeva una perdita di fiducia in sé stesso e nel mondo perché non si trovava più il significato dell’esistenza. Durante il Rinascimento questo sentimento nasceva da una coscienza acuta della propria imperfezione anziché dell’imperfezione di ogni creazione umana. Nel seguito, con il romanticismo, iniziò a esprimere la nostalgia di un tempo o un luogo in cui l’uomo e la natura erano una stessa e unica cosa animata da Dio o dagli dei che conferivano senso e ordine, cioè un tempo o un luogo in cui la separazione moderna tra microcosmo e macrocosmo, spirito e materia, anima e corpo, oggetto e soggetto non era ancora avvenuta. Oggigiorno descrive una depressione grave, con spegnimento delle funzioni vitali e tendenza al suicidio. Attraverso la storia, la malinconia è sempre stata ambivalente: come contemplazione meditativa di un essere isolato dagli altri, segnala un’intelligenza superiore, a volte il genio; però provocando scoraggio o furore distruttivo, rivela un carattere debole e potenzialmente pericoloso, considerato patologico o spregevole.

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La Malinconia, Albrecht Dürer

L’incisione La Malinconia di Albrecht Dürer rappresenta questi diversi significati della malinconia e per quello, oltre che per la sua bellezza, è diventata famosa. L’allegoria appoggia una testa pensierosa su un pugno chiuso, nella postura del Cristo abbandonato sul Monte degli Ulivi. Ai suoi piedi si trova un poliedro, attributo di conoscenza e sapienza. Anselm Kiefer lo attacca nel cielo del suo quadro intitolato ugualmente Malinconia, facendone il sole nero di un paesaggio tormentato. Simbolo di una scienza moderna che ci permette di capire e controllare la natura ma ce ne esclude allo stesso momento, il poliedro è preso in una nuvola o un lampo che evoca antiche figurazioni del divino: augurio, annuncio, emanazione, salvezza o castigo. Eseguendo il progetto romantico, Kiefer prova a ritrovare un’unità premoderna tramite simboli, poesia, miti e leggende, ma non ci riesce. Definisce le sue opere come fallimenti che mostrano la via verso uno splendore di cui sogna senza mai raggiungerlo.

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Malinconia, Anselm Kiefer

Un sentimento di vera malinconia pervade lo spettatore davanti a questo quadro grande (280 x 381 cm) e spesso (57 cm) sia di pittura che di materiali estranei (piombo, paglia) e della tridimensionalità del poliedro. Un paesaggio quasi immateriale, marino e nuvoloso, fatto di acqua e aria, diventa sotto i nostri occhi pesante e buio, di pietra e di terra. Questa metamorfosi assomiglia al passaggio dalla vita alla morte. La pittura è una rovina di se stessa, mettendoci davanti a una misteriosa catastrofe. Il piombo che serve a rappresentare la nuvola-lampo conta tra i setti materiali dell’alchimia: il più pesante di tutti che permetterebbe però di creare l’oro. Il suo pianeta di referenza è Saturno, tradizionalmente legato alla malinconia: lontano, buio e minerale, simbolizzava nel passato sia i lavori più grezzi e fisici che quelli più contemplativi e distaccati dei beni materiali. Il piombo piace particolarmente a Kiefer. Ci trova un elemento ricco di contraddizioni: colore senza colore, chiarore scuro, veleno che protegge dalle radiazioni. Quello che usa viene dalla cattedrale di Colonia, origine che lo carica di spiritualità però anche di una storia taciuta poiché la cattedrale era al centro della costruzione identitaria della Germania e quindi dei miti del Terzo Reich.

Il suo grigio si potrebbe paragonare con quello di Gerhard Richter di cui ho parlato la settimana scorsa, però solo per distinguerli. Infatti se Richter e Kiefer condividono una stessa eredità, quella dell’arte tedesca nel periodo difficile del dopoguerra, esteticamente e filosoficamente sono opposti : Richter riflette sulla visione, fa e disfa diversi dispositivi per rendere conto il meglio possibile, con esaustività e esattezza, della realtà presente, in opere delicate, sfumate e lisce ; mentre Kiefer esplora sentimenti violenti e quasi impossibili da rappresentare: quello di colpa della Germania o d’esilio dell’uomo moderno, in opere cariche, spesse e movimentate. L’arte di Kiefer si avvicina in verità a Caspar David Friedrich per la costruzione dello spazio, a Jackson Pollock per la gestualità della pittura e a Vincent Van Gogh per l’espressionismo della natura. Però si stacca del primo includendo lo spettatore nel paesaggio, del secondo rifiutando l’astrazione che evita di confrontarsi alla storia e ai suoi drammi e dell’ultimo per un’ironia sottile che non gli permette di abbandonarsi completamente al sentimento.

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Paysage de Saint Rémy, Vincent Van Gogh
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