Ritratto

Sans titre
Sara Altmejd, David Altmejd

Su un muro bianco si staglia il busto di una donna. Assomiglia agli altri ritratti di donne della tradizione artistica occidentale: il leggero inchino della nuca, la pettinatura liscia e semplice, l’orecchino di un azzurro delicato e brillante si trovano nei classici della pittura o della scultura per esempio La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer o Il ritratto della contessa d’Haussonville di Ingres.

Le virtù della donna sono tradizionalmente il pudore, la modestia, la pazienza, la prudenza e soprattutto l’abnegazione, l’abilità a sacrificarsi senza un grido. I ritratti le mostrano nella postura e nell’espressione. All’inizio la donna era rappresentata dalla figura della Madonna, quando l’arte era al servizio di Dio; poi, alla fine del Medioevo, si è sviluppato il ritratto come un modo per ricordarsi di qualcuno, segnalare le sue qualità e il suo livello sociale. Infine con il romanticismo, il surrealismo e l’espressionismo è diventato una maniera di rivelare l’anima, l’inconscio o l’angoscia di un individuo.

Qui la rappresentazione tradizionale della donna è imitata solamente per essere distrutta: il viso sparisce, solo il contorno rimane intatto. Tutta questa dolcezza esatta dalle donne si vede come una violenza. L’abnegazione è una soppressione dell’Io, la pazienza un’assenza a se stesso, il pudore la morte del desiderio. Il taglio del collo, che è una convenzione artistica quando si fa un busto, sembra qui un taglio reale, nella carne della donna, con fatto da un’arma. L’arte ferisce davvero.

Ma quest’opera non è nemmeno una rappresentazione moderna della donna. Non si vedono l’anima o l’inconscio. Invece il soggetto è completamente cancellato. Il viso si reduce a un grido silenzioso o un occhio cieco, un buco nero fascinante e angosciante. Non si sa se divora o è stato divorato, se distrugge o è stato distrutto. Gli psicotici rappresentano il loro viso o corpo in questa maniera, senza poter costruire un’unità, una coerenza. Nei loro disegni dei tratti violenti coprono sempre il viso, ne fanno un precipizio, un abisso. Il soggetto non riesce a esistere. Vive nel terrore. Qui il buco nero contrasta con l’orecchino. L’uno, enorme, attrae la luce, l’altro, piccolo, la rifletta.

Infine, questo ritratto sembra un sacrilegio di tutti gli altri ritratti. Il viso è sacro. In alcune religioni è pure vietato rappresentarlo. È la parte più vulnerabile, sensibile e individuale del corpo. Qui sembra fatto di terra, neanche di carne come il collo. Assomiglia alla fossa dove sono buttati i morti o a un suolo devastato da una mina. Tuttavia ha un nome e anche lo stesso cognome dell’artista. Forse questo ritratto tra tenerezza e terrore è un’immagine arcaica della madre, o il doppio femminile dell’artista, o il simbolo di un silenzio che ha divorato una famiglia.

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